Una guida informativa basata su dati scientifici e normativa europea vigente
Negli ultimi anni il termine PFAS è comparso sempre più spesso nel dibattito pubblico sulla qualità dell’acqua. Tuttavia, nonostante la crescente attenzione mediatica, molte persone non sanno esattamente cosa siano queste sostanze né se possano essere presenti nell’acqua che esce dal rubinetto di casa.
Questo articolo ha l’obiettivo di fare chiarezza in modo scientifico e informativo: spiegare cosa sono i PFAS, perché se ne parla tanto oggi, cosa dice la normativa europea e quali soluzioni esistono per ridurne la presenza nell’acqua domestica.
Cosa sono i PFAS
Il termine PFAS è l'acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche (Per- and Polyfluoroalkyl Substances). Si tratta di una vasta famiglia di composti chimici artificiali — ne sono stati identificati oltre 12.000 — caratterizzati dalla presenza di legami carbonio-fluoro (C-F).
Questi legami sono tra i più stabili esistenti in chimica. Proprio questa stabilità ha reso i PFAS molto utili in numerosi processi industriali, perché permettono di rendere materiali e superfici resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature.
Per questo motivo i PFAS sono stati utilizzati per decenni in molti prodotti di uso quotidiano, tra cui:
📍padelle antiaderenti
📍tessuti impermeabili
📍imballaggi alimentari resistenti all’unto
📍schiume antincendio
📍cosmetici
📍detergenti industriali
I composti più noti sono PFOS e PFOA, oggi vietati o fortemente limitati in molti paesi. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati introdotti nuovi PFAS sostitutivi che sollevano interrogativi analoghi dal punto di vista ambientale e sanitario.
Perché vengono chiamati “forever chemicals”
I PFAS sono spesso chiamati “forever chemicals”, cioè sostanze chimiche eterne. Questo nome deriva da una proprietà chimica molto specifica: i PFAS non si degradano facilmente nell’ambiente.
Il legame carbonio-fluoro è estremamente stabile e resiste a luce solare, calore, batteri e processi naturali di degradazione. Di conseguenza, una volta rilasciati nell’ambiente, i PFAS possono rimanere presenti per decenni o persino secoli.
Oggi queste sostanze sono state rilevate in numerosi ecosistemi: suoli agricoli, fiumi e laghi, falde acquifere, oceani e catena alimentare. Numerosi studi hanno inoltre rilevato tracce di PFAS nel sangue umano in gran parte della popolazione mondiale.
Alcuni PFAS sono stati associati, in studi epidemiologici, a effetti sulla salute come alterazioni della funzione tiroidea, effetti sul sistema immunitario, possibili rischi per fegato e reni ed effetti sullo sviluppo fetale. Nel 2023 l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il PFOA come cancerogeno certo per l'uomo.
Dove si trovano i PFAS nell’ambiente e nell’acqua
Le principali fonti di contaminazione da PFAS includono:
- aeroporti e basi militari dove sono state usate schiume antincendio
- industrie chimiche e tessili
- siti di smaltimento rifiuti
- terreni fertilizzati con fanghi contaminati
Una volta dispersi nell’ambiente, i PFAS possono infiltrarsi nel terreno e raggiungere le falde acquifere, che alimentano gli acquedotti.
In Italia il caso più noto è quello della contaminazione in alcune zone del Veneto, dove negli anni sono stati individuati livelli elevati di PFAS nelle acque sotterranee. Tuttavia la presenza di PFAS nell’acqua potabile non è necessariamente limitata a queste aree: il monitoraggio nazionale è ancora in fase di espansione e i dati disponibili variano da regione a regione.
PFAS nell’acqua potabile: cosa dice la normativa europea
L’Unione Europea ha introdotto limiti specifici per i PFAS con la Direttiva UE 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 18/2023.
La normativa stabilisce due parametri principali:
Somma di 20 PFAS specifici: limite di 0,10 microgrammi per litro (µg/L)
PFAS totali: limite di 0,50 µg/L
Questi limiti sono tra i più avanzati a livello internazionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’EPA ha recentemente fissato limiti ancora più restrittivi per alcuni PFAS specifici.
I gestori del servizio idrico sono ora obbligati a effettuare monitoraggi periodici, comunicare i risultati alle autorità sanitarie e rendere disponibili i dati ai cittadini.
È importante notare che l’Italia ha previsto una proroga di sei mesi per l’applicazione completa di uno dei nuovi parametri, spostando l’obbligo dal gennaio 2026 al luglio 2026, per consentire ai gestori idrici di adeguare i sistemi di monitoraggio.
Come ridurre i PFAS nell’acqua domestica
Quando esiste una contaminazione documentata oppure si desidera ridurre precauzionalmente l’esposizione, alcune tecnologie di filtrazione domestica possono contribuire alla riduzione dei PFAS.
OSMOSI INVERSA
L’osmosi inversa è una delle tecnologie più efficaci per la rimozione dei PFAS e può ridurre oltre il 90–99% di queste sostanze.
FILTRI A CARBONE ATTIVO
I filtri a carbone attivo possono ridurre alcuni PFAS, soprattutto quelli a catena lunga, anche se l’efficacia dipende molto dalla qualità del filtro e dalla corretta manutenzione.
RESINE A SCAMBIO IONICO
Le resine a scambio ionico sono utilizzate in alcuni sistemi avanzati e possono contribuire alla rimozione di diversi PFAS.
CARAFFE FILTRANTI
Le comuni caraffe filtranti migliorano gusto e odore dell’acqua, ma in genere non sono progettate per rimuovere PFAS in modo affidabile.
FAQ sui PFAS nell’acqua
L’acqua del rubinetto in Italia contiene PFAS?
Nella maggior parte delle aree italiane l’acqua potabile rispetta i limiti di legge, ma alcune zone hanno registrato contaminazioni storiche ora oggetto di monitoraggio.
Bollire l’acqua elimina i PFAS?
No. I PFAS sono composti chimici molto stabili e non vengono eliminati con la bollitura.
Le caraffe filtranti eliminano i PFAS?
In genere no o solo in misura molto limitata.
Cosa abbiamo osservato nelle installazioni domestiche
Nella pratica quotidiana emerge un dato importante: l’acqua del rubinetto in Italia è generalmente sicura, ma la qualità percepita può variare molto da casa a casa.
Tra l’impianto di trattamento e il rubinetto domestico intervengono infatti diversi fattori, come tubature degli edifici, serbatoi condominiali, trattamenti di disinfezione a base di cloro e caratteristiche della rete idrica locale.
Per questo motivo molte famiglie scelgono sistemi di filtrazione domestica non perché l’acqua non sia potabile, ma per ridurre alcune sostanze indesiderate e migliorare l’esperienza quotidiana dell’acqua che bevono ogni giorno.
Quando si parla di contaminanti emergenti come i PFAS, la situazione è ancora più complessa. Non tutte le aree presentano lo stesso livello di esposizione, ma negli ultimi anni l’attenzione scientifica e normativa su queste sostanze è aumentata molto.
Dal punto di vista tecnologico, i sistemi che combinano più stadi di filtrazione — come membrane a osmosi inversa, carbone attivo e resine specifiche — sono tra quelli più studiati nella letteratura scientifica per la riduzione di diversi contaminanti, inclusi alcuni PFAS.
Un altro aspetto rilevante riguarda l’informazione: sempre più persone desiderano capire meglio la qualità dell’acqua della propria zona e quali strumenti esistono per migliorarla.
Alla fine, l’obiettivo non è sostituire l’acqua del rubinetto — che resta una risorsa preziosa e controllata — ma comprendere il proprio contesto locale e scegliere consapevolmente eventuali soluzioni di filtrazione quando necessario.